Santuario Madonna dell'Ambro


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Alessandro serenelli

Voce del Santuario > 2013

un devoto

Il Serenelli stava arrivando alla sessantina e con il suo passato mai avrebbe potuto entrare in un Ordine Religioso come effettivo, ma in tutti i conventi c'è un orto da coltivare e mille servizi da rendere. Perché non poteva fare al suo caso?
Nel 1936 si ammalò gravemente di broncopole improvvisamente sentì raddoppiati gli anni anche perché gli strascichi furono pesanti.
Così racconta lui stesso:
"Dio permise un periodo di isolamento a causa di una broncopolmonite che mi portò in ospedale. In quel luogo i religiosi mi trattarono con amore e venerazione. Intanto l'arciprete di Corinaldo si stava impegnando a trovare una soluzione diversa ed in varie occasioni gli avevo accennato al mio desiderio di allontanarmi da S. Biagio in Osimo e non aver alcun contatto con il mondo, perché nella solitudine del convento incontrassi amore e pace, facendo una vita di purificazione e dove venissi protetto dalla curioà morbosa ed offensiva della gente" .

In effetti alla fine del 1936, Lisa andò a Corinaldo per parlare con Don Bernacchia e gli chiese aiuto per trovare un 'posticino', visto che i lavori in campagna non poteva più farli. La Provvidenza prese le sembianze di un certo P. Luigi da Monterado, cappuccino, che prese a cuore la questione e si dichiarò disposto ad aiutarlo. Qualche mese dopo, insieme all'arciprete si recò presso il Santuario della Madonna dell'Ambro, ai piedi del monte Priora del gruppo dei monti Sibilli dove il suddetto padre abitava.
Ad Alessandro il posto piacque enormemente perché incarnava tutto quello che era nei suoi desideri. Dopo qualche giorno P. Luigi gli mandò i soldi per il viaggio (ventidue lire) ed egli si trasferì nella fraternità cappuccina dell'Ambro. Questo santuario con tutta probabilità è il più antico delle Marche e, dopo Loreto, il più frequentadai pellegrini. Il pittoresco gruppo dei monti Sibillini si erge maestosamente come un baluardo fra l'Umbria e le Marche, in uno scenario d'incomparabellezza.

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La montagna è seminata di edicole e di altarini ma lo sguardo si posa sul Santuario, con il grande campanile ed il piccolo atrio d'ingresso. Sorge in fondo ad una gola nel territorio di Montefortino, provincia di Ascoli Piceno, a ridosso della cima di Costel Manardo che lo fiancheggia sulla destra, mentre alla sinistra si eleva la Priora, da cui la divide il torrente Ambro.
Una antichissima tradizione ricorda che proprio in questo punto, in un mattino di maggio, apparve una bellissima Signora ad un'umile pastorella muta chiedendole una pecorella. A quella domanda la bambina rispose:
"Devo chiederlo a mio padre". E da quel momento parlò.
Sul luogo i
Benedettini della Badia dei SS. Vine Anastasio di Amandola costruirono, verso l'anno 1000, l'attuale Santuario che ressero fino all'anno 1439.
Intorno i monti raggiungono i 2000 metri, l'inverno è particolarmente rigido ed il Santuario rimane parzialmente chiuso da novembre a marzo. Alla primitiva architettura si sviluppò l'attuale, risalente al 1600. L'immagine invece che vi si venera è una statua di marmo colorato, risalente al 1400, di scuola marchigiana.

La Vergine è seduta, alla sua veste rossa si sovrappone un manto color ceruleo, che dal capo le scende con eleganza sugli omeri piegandosi sul braccio sinistro.
Sulla fronte ha un prezioso diadema, con la mano destra sorregge il bambin Gesù, abbandonato dolcemente sulle ginocchia materne, che con occhio amoroso guarda la madre e con la mano diritta indulge sul gesto dolcissimo della benedizione.
Tra i pellegrini illustri del Santuario ricordiamo S.
Liberato da Loro Piceno, S. Serafino da Montegranaro e S. Benedetto Labre. La festa annuale si celebra il 15 agosto; in quel giorno la solitudine del luogo si colora di voci e suoni, riuniti dalla fede e dall'amore per la Madonna SS.ma dell'Ambro.
Tra i ricordi che Alessandro portò con sé fino a
Macerata c'è proprio un libretto, scritto dal padre Luigi da Monterado, dal titolo “la madonna santissima dell’ambro” (edito nel 1934) a dimostrazioche, malgrado il breve soggiorno, Lisà non dimenticò mai quel Santuario.

Legato a questo luogo c'è anche un episodio tragico che indirettamente sfiorò la vita di Alessandro e che invece fu terribile per P. Luigi da Monterado, il sacerdote che per primo lo accolse tra i Cappuccini.

E lo stesso Serenelli a raccontarlo: "Io avevo domandato all'ottimo Padre (si tratta di P. Luigi) se mi conduceva a Roma e lui annuì, pregustando la gioia sua personale e quella che avrebbe procuraa me. Il giorno precedente la beatificazione era passato di qui ad Ascoli e poi aveva proseguito per il Santuario dell'Ambra, affidato da molti anni alle sue cure. Fu il mio ultimo incontro con P. Luigi.
Durante la notte tre slavi si inoltrarono nel convento dove il Padre viveva solo con un custode sorpreso e spaventato si dette a gridare aiuto, mettendo in allarme il custode, il quale riuscì in un primo tempo ad allontanare i ladri. Frattanto il Padre si chiudeva in una stanza a pianterreno all'insaputa del custode. Ne uscì poco dopo per accertarsi che effettivamente i malviventi si fossero allontanati. Quella sortita nell'ombra della notte gli costò la vita. Il custode ignaro dell'appostamento del Padre e nella scarsa visibilità, credette trattarsi dei ladri e senz'altro spianato il fucile di cui si era munito, sparò. Un grido lacerante squarciò il silenzio. Il colpito si allontanò a stento, ferito gravemente ad una gamba, gettò sangue sulle sponde e sui fiori delle aiuole... Morì in un lago di sangue perdonando all'uccisore inconsapevole"^73^.
Ancora una volta la vita s'intreccia con la morte: un dipinto a tinte forti e drammatiche come in fondo è stata l'esistenza di Lisà.

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"Visse come un vero figlio di S. Francesco"
L’esperienza dell'Ambro, forse di qualche mese, è carica di significati per Alessandro. Per primo il taglio netto con le logiche e le dinamiche del mondo, a lungo andare duramente conflittuale per lui. Ricordiamo il precariato nel campo del lavoro, la necessità di cambiare spesso residenza, i problemi legati alla curiosità della gente, specie da quando la fama di S. Maria Goretti raggiunse negli anni '50 livelli di fenomeno di massa.
La ragione più forte fu quella esistenziale: il carcere aveva fatto la sua parte, il lavoro gli garantiva la sopravvivenza, c'era bisogno di un recupero totale, partendo dalla spiritualità. Non ultima prevaleva la volontà di riparare il male fatto. "Il
convento, luogo appartato dal mondo - considera il Serenelli - con i suoi corridoi silenziosi, con la chiesa è stato per me in questi lunghi anni come l'oasi per l'assetato il rifugio per il navigante"

Tuttavia è bene definire i contorni della scelta radicale del Serenelli, che ha creato confusione ed ambiguità soprattutto sulla stampa.
Lisà non si fece mai religioso, non appartenne all'Ordine
Cappuccino. Non lo richiese mai né dal punto di vista canonico sarebbe mai potuto accadere. Il nostro protagonista rimase nella sua veste di laico, all'interno di una fraternità religiosa, ospite amato e rispettato, ben inserito nelle dinamiche della vita conventuale, uomo che seppe vivere l'ideale francescano giorno dopo giorno, in maniera esemplare "Un vero figlio di S. Francesco" è il commento più abituale con cui i Cappuccini lo ricordano. Del resto Alessandro, dal giorno in cui mise piede al Santuario dell'Ambro (1937) fino alla morte (6 maggio 1970), respirò a pieni polmoni la spiritualità francescana, attraverso la quale compì un salto di qualità sia nei rapporti con il mondo sia in quelli verso Dio.

Pochi chilometri separano il
Santuario del Ambro da Amandola. Durante il periodo estivo i Cappuccini di Amandola si trasferiscono all'Ambro, per poi tornare a novembre. Amandola deve il nome alla pianta del mandorun tempo rigogliosa nella zona. Giace sulla somà di tre colli anch'essa tra i monti Sibillini. Il centro storico risale al 1250 ed è caratterizzato da solide strutture in cotto, ricco di monumenti di interesse architettonico. Bellissima la chiesa di S. Francesco (sec. XIII-XIV) nella cui abside spicca l'immagine di Cristo Re (sec. XIII). bizantino. Il convento dei Cappuccini è sopra la collina, un po' defilato rispetto al paese.
"Con
P. Luigi mi trovai sempre bene e quando fu trasferito (non come Superiore) al convento di Amandola volli seguirlo ed andai là" Iniziò per Lisà un periodo sereno. In P. Luigi trovò subito un protettore e un vero sostegno morale e spirituale: venne incaricato di coltivare l'orto, un lavoro per lui congeniale.

Sembrava avere in pugno quella pace che cercava ma accadde un episodio davvero spiacevole, un vero caso di mobbing. Possiamo definirlo l'ultimo grande dispiacere della sua vita, ma lasciamolo raccontare da lui stesso.
"Un domestico del convento, Mugnetto, già vecchio, per alcune malfatte si ubriacava spesso e venne licenziato; per riuscire a rimanere nonostante tutto, escogitò uno stratagemma. Simulò di essere stato derubato di un ben gruzzolo che teneva in serbo: quattromila lire.
Era 1'il luglio, di domenica. Furono chiamati i carabinieri che interrogarono me e un giovane di nome Troiani come sospetti. Il maresciallo mi disse: 'Tu sai dove stanno i carabinieri, vai giù e fatti mettere dentro!'
Mi presentai primo e da solo in caserma. Il carceriere rimase meravigliato e osservò: 'Non è facile che uno si presenti spontaneamente in caserma
Siccome io ero stato in galera, si sospettò molto su di me. Il maresciallo era buono, ma non credeva alle mie proteste di innocenza.
Mi diceva continuamente: 'Alessandro, confessa Vedi non ti denuncio neppure, perché non voglio che ti capitino altri guai e perché finora hai sempre tenuto buona condotta. Confessa e restituisci il denaro ed io ti prometto di lasciarti libero'.
Ma io non avevo nulla da confessare!
Furono quindici giorni di martirio: io speravo che la mia innocenza alla fine avrebbe trionfato. Anche P. Luigi testimoniava bene di me, ma che volete? Col mio passato non potevo essere creduto.

Pregai Marietta: ed ecco che un giorno, durante una nuova perquisizione, vennero trovate ben nascoste le famose quattromila lire. L'altro ortolano venne arrestato e confessò. Allora io fui subito liberato e da quel giorno con la giustizia non ho mai più avuto a che fare. Il Superiore P. Raffaele da Cingoli appena tornai in convento mi parlò: - 'Dopo quello che è successo non ti posso più tenere, vedi di trovarti qualche altro lavoro' "
Facile ad immaginare lo stato d'animo del Serenelli, con i fantasmi del passato pronti a tornare più dirompenti di prima. Momenti di profonda amarezza nei confronti di una società che ancora non mostrava segni di riconciliazione.

Particolare degno di nota: la vicenda di Amansi intreccia con i momenti più salienti del Processo Canonico
di Albana, nel quale il Serenelli è chiamato a deporre.
La prova venne superata molto bene da Alesssando, il quale con dignità depose e testimoniò, una dimostrazione della sua ritrovata solidità psico-fisica e della potente intercessione di Maria Goretti più che mai la stella del suo cammino.
Intanto c'era da risolvere il problema del quotidiano e Lisa ritornò a Corinaldo, dall'arciprete che lo ospitò a casa sua per vari giorni, cercando insieme una nuova soluzione, sempre orientata verso la vita in un convento.
Il buon parroco scrisse in varie direzioni: il suo passaparola si diffuse per ogni angolo delle Marche.
Le risposte arrivarono in breve tempo e due in contemporanea: una da S.
Marcello di Jesi dei Passionisti, un'altra da Ascoli Piceno da parte dei Cappuccini.
Alessandro già conosceva i Cappuccini, tutto sommato quello che accadde ad
Amandola non dipendeva da loro e decise per Ascoli Piceno, nel famoso Convento di S. Serafino.

la casa

la scalinata

luogo del delitto

urna

urna


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